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Professione
Perpetua il 2 ottobre 1999
frate Georg M. Roß , frate Basilius M. Zaglacher
i frate J.
Thaddäus M. Schreiber
Un
ufficio divino bello e molto sentito è iniziato quando, alle 14:00, la
comunità monastica ha fatto ingresso in basilica e i tre giovani
confratelli si sono disposti davanti all’abate.
L’abate
Edelbert ha rivolto loro frasi d’incoraggiamento e di esortazione.
Emettendo la professione perpetua, i tre frati hanno cantato, ricolmi di
fiducia e a braccia aperte, il “Suscipe me Domine” (“Accoglimi, o
Signore”, Regula Benedicti 58, 21) e, contemporaneamente, consapevoli
di dedicarsi a Dio per tutta la vita, il “Sustine Dominum”
(“Sostieni il Signore”, Regula Benedicti 7, 37), secondo quanto la
Regola impone al monaco al quarto grado di umiltà. Il “Suscipe” e
il “Sustine” rappresentano, contemporaneamente, i due poli della
vita monastica. Ogni uomo è sempre in tensione fra due polarità
diverse o contrarie, come ad esempio tra amore ed aggressività,
disciplina e sregolatezza, ragione e passione, tra sentimenti devoti e
sentimenti irreligiosi. Il compito non facile di chi diviene uomo o
monaco consiste nel rendersi consapevole degli aspetti rimossi,
sapendoli integrare nell’evoluzione della propria esistenza. San
Benedetto fa a meno di ideali troppo alti per la sua comunità e
vorrebbe che il singolo e la comunità s’informassero alla
“discretio”, a quella saggia moderazione, intesa come madre di tutte
le virtù, “affinché i forti trovino quello cui anelano e i deboli
non fuggano via” (Regula Benedicti 64, 19). Pertanto
non dobbiamo rifugiarci in un mondo di apparenze. Le immagini del
“monasterium” come scuola per il servizio divino, come casa di Dio e
come officina in cui apprendere l’arte spirituale sono
rappresentazioni metaforiche, proiezioni ideali, in cui quotidianamente
il singolo monaco con le sue capacità spirituali deve nuovamente
integrarsi, affinché la comunità monastica possa realmente costituire,
nella teoria e nella prassi, nella preghiera e nel lavoro, una veritiera
testimonianza di Gesù e del suo Vangelo nella chiesa di oggi. Lasciamo
che Benedetto ce lo ricordi con le parole del Signore: “chi si
innalzerà sarà umiliato” (Regula Benedicti 7, 1) ed edifichiamo
sulla solidità della scala celeste, che ci svela il divino nella nostra
vita. San Benedetto interpreta la scala celeste come scala d’umiltà,
come la nostra vita terrena, “che il Signore, quando il nostro cuore
è divenuto umile, innalza verso il cielo”, (Regula Benedicti 7, 8).
[…]. I cari confratelli emettono ora i voti perpetui di conversione
monastica, di “stabilitas” e di obbedienza alla Regola ed
all’abate. Promettono di imitare Cristo in una comunità reale, ad
Ettal e a Wechselburg. Proprio come in un matrimonio anche nel monastero
si rimane insieme nei giorni felici e in quelli sventurati, poiché si
desidera rimanere nell’amore di Cristo e vivere sotto lo sguardo del
buon Padre. Questa
costante fedeltà alla comunità dei fratelli, il vivere questa
“stabilitas” è un modo dell’incarnazione caratteristico del
monachesimo benedettino. Quale valore assume oggi questo segno mentre
tanti uomini sono dolorosamente lacerati dall’instabilità! In un’età
segnata dalla mancanza, a molti livelli, di orientamento spirituale
dobbiamo riportare in luce i valori della fede cristiana. Non è
sufficiente riconoscere solo a parole: “Suscipe me Domine!”, il
monaco infatti deve credere “intimo cordis affectu” (Regula
Benedicti 7, 52), essere convinto nel più profondo del suo cuore, che
solo allora sarà un fratello utile (“frater utilis”) alla
costruzione del regno di Dio quando consapevolmente abbraccerà la
perseveranza, anche e soprattutto nelle avversità, poiché “chi
rimane saldo fino alla fine, sarà salvato” (Regula Benedicti 7, 36 e
Matteo 10, 22). In questo si compie il processo, che dura una vita
intera, del confronto con la Luce, che inonda l’intimo più profondo
dell’uomo scacciandone ogni tenebra. Così, a braccia aperte, i tre
frati hanno cantato il “Suscipe” davanti all’altare ricevendo
dalle mani dell’abate la cuculla quale simbolo dell’effettivo status
monastico.
Essi
erano: il 29enne frate Georg M. Ross, che tre anni fa aveva iniziato i
suoi studi di teologia all’università di Monaco di Baviera, dovendoli
poi interrompere l’anno scorso per essere impiegato come prefetto nel
collegio dell’abbazia. Il confratello, che possiede molte doti
pratiche, ha collaborato nella casa editrice artistica, concepito
progetti editoriali e cercato nuove immagini. Ha inoltre realizzato
belle fotografie per l’annuale relazione scolastica e per la
“Ettaler Mandl” (la rivista dell’abbazia di Ettal). Nel prossimo
semestre riprenderà gli studi di teologia. Frate Basilius M. Zaglacher
(28 anni) da Oberaudorf ha potuto mettere intensamente a frutto le
proprie capacità di bancario nell’amministrazione dell’abbazia e
dispone attualmente di un proprio ufficio. Con il suo sorriso, sempre
cortese, rappresenta efficacemente il lato amministrativo della nostra
abbazia. Frate Thaddäus M. Schreiber (25 anni) ha iniziato i suoi studi
di teologia ad Erfurt, continuandoli poi per un anno a Roma. Ora
ritornerà ad Erfurt, per poter quindi collaborare a Wechselburg, dove,
dalla Turingia, ha già prestato i propri servizi.
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