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L’abete
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L’abete bianco – il mio albero preferito
L’abete bianco (lat. abies alba) è, insieme col tasso, tra le specie arboree più a rischio nella nostra vallata montana. L’abete bianco è infatti minacciato dagli animali selvatici, da tutta una serie di parassiti naturali e, per finire, dall’uomo. E’ per questo che provo compassione nei suoi confronti: proprio lui, che è il tipico albero delle zone montane più alte, deve lottare disperatamente per la propria sopravvivenza. Neanche ci s’immagina quanto sia difficile, in natura, la sua riproduzione e tra quante difficoltà cresca la sua discendenza. Eccolo quest’albero possente e gigantesco, alto più di quaranta metri e vecchio di duecentocinquanta anni, un esemplare davvero magnifico, cresciuto al margine del bosco, accanto ad un sentiero. Per molti anni gli sono passato accanto senza notarlo fino a quando, un giorno, lo scoprii. Desideravo sapere quanti “discendenti” stesse allevando questa meraviglia d’albero. Rimasi sorpreso di aver trovato, in un raggio di ben cento metri, soltanto tre deboli piantine, alte dai dieci ai venti centimetri e tutte mangiucchiate. (Per proteggerle le circondai subito con una piccola recinzione di stecchi.) Perché erano così poche visto che l’abete produce un’infinità di semi? Sul terreno autunnale del bosco scoprii scaglie di pigne appena aperte dagli scoiattoli, dei semi, che un insetto stava divorando, ed altri, che invece, essendo vuoti, erano sterili. Delle non so quante migliaia di semi prodotti solo una parte era riuscita a raggiungere il suolo. Lì però vi si aggirano miriadi di topi, che persino in inverno cercano, sotto la neve, i semi dell’abete, saporiti e relativamente grandi. E’ quindi proprio un caso se alla fine questo o quel seme non viene trovato e, risparmiato dalle micosi, comincia a germogliare in primavera. Ma non appena la piantina spunta dal terreno ecco che cade presto vittima degli animali selvatici, che la divorano come un bocconcino prelibato. Se però la piantina ha la grande fortuna di non essere immediatamente scoperta, quasi certamente, fino a quando non avrà raggiunto un’altezza di almeno tre metri, verrà mangiucchiata da caprioli e camosci, i cervi maschi vi si strofineranno le corna e ancora i cervi ne staccheranno il germoglio centrale. Oppure, se sarà cresciuto in un luogo molto nascosto, il giovane albero potrebbe finire segato per andare a decorare, come albero di Natale, una casa natalizia. A quanto pare, dunque, in un arco di duecentocinquanta anni, in questo luogo erano venuti su soltanto tre giovani abeti. Solo l’uomo potrebbe garantire loro la sopravvivenza, con cure e misure di protezione.
Quando si domanda a falegnami e a carpentieri cosa significhi per loro l’abete, si scopre con sorpresa che questi non amano particolarmente il suo legno. Fino a poco tempo fa i mercanti di legname praticavano ancora uno sconto su quei lotti in cui la percentuale di abete era un po’ troppo alta. Ci son voluti i giapponesi per insegnarci che l’abete è, invece, straordinariamente indicato per la costruzione di case in aree sismiche, per le rifiniture degli interni e, ancora, per il mobilio. Perciò non è certo un caso se nella gigantesca copertura dell’Expo 2000 di Hannover siano stati impiegati quaranta mastodontici abeti di un’altezza media di quarantanove metri (con un diametro di 150 cm alla base ed uno di 50 cm ancora ad un’altezza di 15 metri) provenienti dalla Foresta Nera. L’abete bianco è stato a lungo un albero indesiderato. Oggi quest’albero dalle profonde radici viene nuovamente rivalutato per proteggere il bosco, soprattutto dal vento, poiché i fenomeni atmosferici, le tempeste e le precipitazioni, stanno diventando sempre più violenti, distruggendo intere aree boschive e provocando valanghe, frane e smottamenti. L’abete ha pienamente meritato la sua rivalutazione. Personalmente preferirei più abeti e meno fauna nel nostro bosco montano. Padre Josef Kastner, Ettal |